Un dolore bastardo, quello lì.
Quando ce l’hai sotto le dita, dopo averla desiderata giorno e notte.
Dopo aver fantasticato per millenni sulla forma delle sue mani, le insenature profonde delle sue clavicole, la sua testa perfetta, il suo profumo.
Il suo profumo che ti ha travolto migliaia di volte, confuso tra gli odori della gente -un solo attimo, è il suo profumo, proprio il suo-, il profumo che hai cercato in ogni luogo tuo, nelle mani, nell’aria di città straniere, nei risvegli notturni e negli smarrimenti alcolici. Quel profumo che ti è arrivato dritto nelle narici in un pomeriggio di sole a barcellona, ed eccoti trasformato in un animale assetato, una bestia tremante; respirare forte per non perderne una sola molecola, ogni millimetro di pelle che prega “non te ne andare, non ancora, non adesso”. Quel profumo che dalle narici ti è salito al cervello in meno di due secondi, affollandoti la mente di ricordi -la sua schiena, un piede che ti tocca il polpaccio, il suo viso addormentato-, lasciandoti immobile in mezzo a un mondo che continua stupidamente a camminare, e tu non sai perchè.
Quel profumo che più di ogni altro ti ha messo addosso fame, sete, fuoco vivo. Lieve eppure persistente, tenace; come è lei, la sua presenza. Averla tutta tra le mani, fiore prezioso, respirarla mentre guarda altrove, e poi guardarla andar via: la piccola morte di ogni volta.
E ancora aspettarla, decidere di dimenticarla e trovarla dietro la porta il giorno dopo. Incontrarla per caso, e decidere che è destino, stupido esserino superstizioso. Conservare ogni oggetto su cui ha posato lo sguardo, proteggere sotto teche di cristallo forchette e posaceneri in cui puoi ancora intravedere le sue impronte digitali -labirinti miracolosi, inediti-.
Trovare che i suoi occhi sono più belli di tutti gli occhi mai nati, dall’origine del mondo fino alla sua fine, e guai a chi dice il contrario. Cercare le strade che conducono alla soluzione dell’enigma che intuisci nel suo petto, e non volerlo risolvere mai, per poterla scoprire per sempre. E per sempre piangere sotto la doccia per lei, cullarti nell’assoluta banalità di questo sentimento, gettarti a capofitto nel clichet -non posso vivere senza di te, mi manchi, sei la creatura più bella, voglio fare l’amore con te, voglio prepararti da mangiare quando hai fame, voglio bastarti e non saperlo, voglio guardarti camminare, voglio affondare nei tuoi capelli, voglio tirarti fuori dai baratri in cui vai a ficcarti, voglio riposare sulla tua pancia, voglio dirti che sei bella e che tu rida dell’ordinarietà della cosa, voglio litigare con te e detestarti e poi venire a cercarti perchè davvero io non so vivere senza di te, voglio tenerti per mano ancora e ancora-, non vedere nient’altro che il suo nome, dannato persecutore.
Un dolore bastardo, quello lì.
Quando è finalmente nella culla delle tue braccia, le labbra gonfie come un frutto estivo e gli occhi in attesa. Quando le guardi la pelle, e improvvisamente non vuoi più baciarla.
Non vuoi più niente, non il contatto nè il respiro appiccicato alla guancia.
Quando comprendi il punto esatto della frattura, lo vedi improvvisamente chiaro e corri a stringere le bende, a tenere insieme i pezzi con le mani, e guardi le crepe allargarsi fino a invadere tutto l’universo, il tuo. E vorresti chiedere aiuto ma la strada è deserta, l’unica voce che senti è la tua, un tono disperato che non hai mai sentito.
E intanto lei è lì, forse ha capito, forse ti bacia, forse hai voglia di picchiarla. Forse hai voglia di sputarle in faccia ogni speranza disattesa, ogni domanda caduta nel vuoto, ogni carezza strappata nel cuore della notte. Hai voglia di prenderla a schiaffi, cacciarla via perchè ti ha condannato allo strazio della lucidità, alla nausea della sua pelle bianca.
E non trovi la forza per dirlo, ma si è già rimessa la giacca, si aggiusta nervosamente il cappello; un attimo ed è sulla porta, sta andando via. Sta andando via come tutte le altre volte, e ora non ti manca, non senti più l’assenza ancor prima di separartene. Ed è questo, il dolore bastardo.
Quando rimani in ginocchio coi ricordi in frantumi, mentre ancora tenti di incollare quel che ne rimane. Mentre sai che è tutto finito. E nessuno dei pezzi collima con l’altro.
Nessuno di quei fottutissimi pezzi.