{ dauphine-syndrome }

*benzodiazepine in salsa rosa glitter*

/ lascio che le cose mi portino altrove maggio 12, 2010

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 11:20 pm

Se mi fossi chiamata norma jean credo che mai mi sarebbe venuto in mente di trasformarmi in maryilin. Probabilmente è solo questione di poca fantasia, o poco coraggio, che alla fine è la stessa cosa. Penso invece che se non mi fossi chiamata camilla mi sarei potuta tranquillamente chiamare pierrot. Chè nei panni di pierrot e della sua lacrima incisa sulla guancia mi ci vedo proprio, più che nei miei, decisamente. Percepisco con assoluta tranquillità un’incoscienza neonata farsi spazio con violenza -e come, sennò?- dentro la mia testa. E ancora più oltre.

Ma la storia del cuore di capriolo divorato dai corvi mi ha oltremodo disgustata, e così continuare a cianciare di testa e sensazioni e petto e dentro e mani e sangue e caldo mi procura una discreta nausea. Dunque si cambia musica, finchè c’è tempo di farlo. Finchè continuerò ad avere una paura fottuta e a fingere di non esserci dentro fino alla punta dei capelli. E cazzo se sono lunghi, i miei capelli.

Non so più fino a che punto ho voglia di essere altrove.

 

febbraio 12, 2010

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 9:41 pm

Un dolore bastardo, quello lì.

Quando ce l’hai sotto le dita, dopo averla desiderata giorno e notte.

Dopo aver fantasticato per millenni sulla forma delle sue mani, le insenature profonde delle sue clavicole, la sua testa perfetta, il suo profumo.

Il suo profumo che ti ha travolto migliaia di volte, confuso tra gli odori della gente -un solo attimo, è il suo profumo, proprio il suo-, il profumo che hai cercato in ogni luogo tuo, nelle mani, nell’aria di città straniere, nei risvegli notturni e negli smarrimenti alcolici. Quel profumo che ti è arrivato dritto nelle narici in un pomeriggio di sole a barcellona, ed eccoti trasformato in un animale assetato, una bestia tremante; respirare forte per non perderne una sola molecola, ogni millimetro di pelle che prega “non te ne andare, non ancora, non adesso”. Quel profumo che dalle narici ti è salito al cervello in meno di due secondi, affollandoti la mente di ricordi -la sua schiena, un piede che ti tocca il polpaccio, il suo viso addormentato-, lasciandoti immobile in mezzo a un mondo che continua stupidamente a camminare, e tu non sai perchè.

Quel profumo che più di ogni altro ti ha messo addosso fame, sete, fuoco vivo. Lieve eppure persistente, tenace; come è lei, la sua presenza. Averla tutta tra le mani, fiore prezioso, respirarla mentre guarda altrove, e poi guardarla andar via: la piccola morte di ogni volta.

E ancora aspettarla, decidere di dimenticarla e trovarla dietro la porta il giorno dopo. Incontrarla per caso, e decidere che è destino, stupido esserino superstizioso. Conservare ogni oggetto su cui ha posato lo sguardo, proteggere sotto teche di cristallo forchette e posaceneri in cui puoi ancora intravedere le sue impronte digitali -labirinti miracolosi, inediti-.

Trovare che i suoi occhi sono più belli di tutti gli occhi mai nati, dall’origine del mondo fino alla sua fine, e guai a chi dice il contrario. Cercare le strade che conducono alla soluzione dell’enigma che intuisci nel suo petto, e non volerlo risolvere mai, per poterla scoprire per sempre. E per sempre piangere sotto la doccia per lei, cullarti nell’assoluta banalità di questo sentimento, gettarti a capofitto nel clichet -non posso vivere senza di te, mi manchi, sei la creatura più bella, voglio fare l’amore con te, voglio prepararti da mangiare quando hai fame, voglio bastarti e non saperlo, voglio guardarti camminare, voglio affondare nei tuoi capelli, voglio tirarti fuori dai baratri in cui vai a ficcarti, voglio riposare sulla tua pancia, voglio dirti che sei bella e che tu rida dell’ordinarietà della cosa, voglio litigare con te e detestarti e poi venire a cercarti perchè davvero io non so vivere senza di te, voglio tenerti per mano ancora e ancora-, non vedere nient’altro che il suo nome, dannato persecutore.

Un dolore bastardo, quello lì.

Quando è finalmente nella culla delle tue braccia, le labbra gonfie come un frutto estivo e gli occhi in attesa. Quando le guardi la pelle, e improvvisamente non vuoi più baciarla.

Non vuoi più niente, non il contatto nè il respiro appiccicato alla guancia.

Quando comprendi il punto esatto della frattura, lo vedi improvvisamente chiaro e corri a stringere le bende, a tenere insieme i pezzi con le mani, e guardi le crepe allargarsi fino a invadere tutto l’universo, il tuo. E vorresti chiedere aiuto ma la strada è deserta, l’unica voce che senti è la tua, un tono disperato che non hai mai sentito.

E intanto lei è lì, forse ha capito, forse ti bacia, forse hai voglia di picchiarla. Forse hai voglia di sputarle in faccia ogni speranza disattesa, ogni domanda caduta nel vuoto, ogni carezza strappata nel cuore della notte. Hai voglia di prenderla a schiaffi, cacciarla via perchè ti ha condannato allo strazio della lucidità, alla nausea della sua pelle bianca.

E non trovi la forza per dirlo, ma si è già rimessa la giacca, si aggiusta nervosamente il cappello; un attimo ed è sulla porta, sta andando via. Sta andando via come tutte le altre volte, e ora non ti manca, non senti più l’assenza ancor prima di separartene. Ed è questo, il dolore bastardo.

Quando rimani in ginocchio coi ricordi in frantumi, mentre ancora tenti di incollare quel che ne rimane. Mentre sai che è tutto finito. E nessuno dei pezzi collima con l’altro.

Nessuno di quei fottutissimi pezzi.

 

Cronache di un tuorlo febbraio 9, 2010

Filed under: ciacolìo,facciamiafatticapanna — la camilla @ 9:37 pm

Quello che mi fa incazzare dell’uovo alla coque (che roba vintage, oh sì) è quella sua insopportabile tendenza a diventare barzotto (niente battute facili, grazie. Sciuocchi.) -ma che dico barzotto, sodo! E io detesto le uova sode, si sa, puzzano e hanno quella consistenza intollerabilmente farinosa all’interno-, dicevo questa deprecabile attitudine dell’uovo a non essere quel che io voglio che sia, cosicchè nel gioioso istante in cui sto per affondare la mia bella fettina di pancarrè in quello che dovrebbe essere un delizioso laghetto arancione, ZAC! ecco la fregatura: il mio fragile trancetto di pane miseramente piegato a metà e l’orrido tuorlo rassodato, c o m p l e t a m e n t e. Sono situazioni che mi lasciano sempre l’amaro in bocca, sono un tipo che difficilmente si assuefà (assuefà?) alle delusioni.

Fortunatamente sono troppo affaccendata per rimuginare sull’effettiva potenza metaforica che l’uovo cerca di comunicarmi, ad ogni modo è evidente che il mio orologio biologico stia cominciando a farsi insistentemente sentire (peraltro assecondato in pieno dalla sottoscritta.).

Dunque, se un giorno di questi comincerò a postare polaroid del mio utero ripieno, beh, non dite che non vi avevo avvisato.

Detto ciò, dieci a uno che il calendario duemilaundici più gettonato sarà quello di veronica(h) e sarah. Già lo immagino, dodici intensi scatti dal sapore lesbopatinato. Il sogno di ogni camionista che si rispetti.

Oh, io lo compro.

 

Apdèit febbraio 4, 2010

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 11:38 pm

Colgo l’occasione per sbaciucchiare in mondovisione la mia amata maghettastreghetta per il prezioso contributo tecnico fornitomi. Ailloviusomach, ma questo già si sapeva.

 

Quesiti di un certo livello gennaio 31, 2010

Filed under: ambizioni,ciacolìo,facciamiafatticapanna,marcjacobsaiutamitu — la camilla @ 10:51 pm

Quello che più mi lascia perplessa delle mise domenicali di mariadefilippi è l’ostinato ripetersi della manica col buco per il pollice, la cui sconfinata bruttezza è ribadita da quel bel gesticolare stilizzato, così tipico della nostra. Ora, la domanda è: vuol essere un dettaglio atto a sdrammatizzare il tailleurino di rigore, una citazione addamesca o è semplicemente una spia del più che deplorabile stile wannabe gggiovane e cesciùal (di cui maria pare essere una fervente devota, si vedano le fantastiche magliette pomeridiane)?

Che l’unico evento degno di nota delle mie ultime domeniche sia la diretta di amicidimariadefilippi è un evidente segnale di come la mia vita sociale (ed emotiva, ma questa è un’altra storia) stia subendo un calo vertiginoso, qualitativamente e quantitativamente parlando. E visto che sono una che si dà da fare -non si pensi che stia qui a lamentarmi senza far niente eh-, ho deciso di riabilitarmi socialmente, organizzando fantastiche uscite e mirabolanti appuntamenti! (applausi, grazie.) (così va meglio, grazie di nuovo.)

E questo a cominciare da subito, ho già un progetto per domattina: andare a fare quarantatre fotocopie, ottenendo il duplice effetto di compiere un’azione ti-pi-ca-men-te (saprò ancora sillabare? Cielo.) giovane et universitaria e contemporaneamente tirarmi fuori dal letto prima dell’ora dell’aperitivo.

Non sarà pretendere troppo dal mio fragile equilibrio psicofisico? Vedremo, il pericolo è il mio mestiere mica per niente.

Bene, ora sarà il caso che mi dedichi con impegno e attenzione alle appassionanti sfide dei talenti (talenti! e-ehm.) di amici.

Cordiali saluti.


Postilla: care amiche lesbiche, vi faccio presente che non basta desiderare che una (una qualsiasi) sia lesbica, per far sì che lo sia. Chiaro? Quindi no, probabilmente il 70% delle figone televisivomusicalcinematografiche che gradireste assaggiare non è lesbica. Facciamocene una ragione, per cortesia.

Questo per dire che forse dovrei smetterla di innervosirmi leggendo idiozie partorite da fondamentalisti/e dell’omosessualità.

Che fatica.

 

/mobbasta. gennaio 20, 2010

Annunciaziò, annunciaziò:

su consiglio della Comunità Internazionale degli Amici Immaginari, si cambia rotta e si cambia stile.

Occhei, l’amore non è bello (cit.) ma bando al torment e alle beloved rolling bobins.

Cosìssìa.

 

Memento novembre 27, 2009

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 3:09 pm

Giuro solennemente di non lasciarmi divorare mai più dal mio stesso fastidio.

Di non ricadere mai più in certe dinamiche ridicole.

Di non riporre mai più la mia fiducia nelle persone.

Giuro di non tradire mai più il mio istinto.

 

 

Non ho mai creduto alle cazzate, alle mezze verità, alle omissioni colpevoli. Sono troppo aguzza e rispettosa di me per farlo. E allora fanculo, no che non ci credo.

Non ci credo e rifiuto di infastidirmi. Ognuno faccia quel che vuole.

 

 

Perchè, semplicemente, non andrà tutto bene.

 

Sveglia, Camilla. Sveglia.

 

Perdersi a sud est. novembre 14, 2009

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 3:12 pm

Ultimamente sto imparando a nascondere i coltelli.

 

A urlare da sola.

 

Non so più scrivere, ho perso il dono.

 

Alessitimìa acuta.

 

Alla fine dell’estate chi è stato l’ultimo ad uscire dal mare? ottobre 29, 2009

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 4:16 pm

La verità è che sono stufa di sentirmi come se avessi appena abortito.

Stufa della nostalgia.

Stufa dei rami secchi.

Stufa di avere il vento a favore.

Stufa della noia.

Stufa di star ferma.

Stufa di avere pazienza.

Stufa di forzarmi alla razionalità.

Stufa delle limitazioni, contingenti e non.

Stufa di tenere le mani in tasca.

Stufa di aspettare.

Rivendico il mio diritto al movimento, al tuttoesubito, alle cazzate, all’irresponsabilità, allo tza tza tzu, alle urla, alla gelosia immotivata, alle lacrime, all’ubriachezza molesta, al flirt con doppio movimento di labbra, allo smarrimento, alla nebbia, alla seduzione, alla provocazione, ai tacchi alti, agli occhi veri, all’insensatezza.

Rivendico il mio diritto a scintillare.

Stars, all we ask for is our right to twinkle.

 

{ Del giocare molto pesante, ovvero di come i tempi siano sempre a sfavore} ottobre 12, 2009

Filed under: Uncategorized — la camilla @ 2:22 am

Mi parli di come le mie mille personalità si agitino nei miei occhi, agli angoli della bocca, sulla punta delle dita.

Di come io possa riuscire a tenere a freno la lingua, mandar giù quello che mi vortica in gola -chè se uscisse, nulla sarebbe più uguale-, quello che mi fa l’effetto di mille eclissi al minuto.

Di come abbassare lo sguardo mi risulti necessario, il più delle volte, perchè se solo ti guardassi allora sì, che tutto ciò che mi impasta le ciglia ti si appiccicherebbe addosso.

Di come io sia la più abile delle bugiarde, la migliore acrobata dell’omissione, la scimmietta ammaestrata del mio circo personale.

Ma le mani, quelle bastarde, non sanno mentire, rifiutano di assecondarmi.

Ed è lì che mi leggi, nelle mani. Sui palmi solcati, che ti parlano delle carezze che non so a chi affidare, di quelle che non ho voluto fare. Sui dorsi lisci, che ti sussurrano dell’abbandono e della diffidenza. Sulle nocche aguzze, che ti raccontano della rabbia, di ogni millimetro di pelle che si è tesa su di loro. Sulle unghie, che ti dicono della vanità e della rinuncia.

Sui polpastrelli, che da te in poi, sanno dire solo della nostalgia e dell’amore.

Le mie mani no, loro non mentono.

 

 
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